E’ possibile trovare il bello in noi stessi e in ciò che ci circonda quando tutto trama affinché ciò non accada? Più volte mi sono soffermata sulla mia difficoltà a gestire i periodi di crisi, al non voler vedere ciò che mi avrebbe tratta viva da situazioni burrascose, dal voler rimanere impantanata in quella melma di sentimenti che tanto bene all’anima di certo non fanno. Allora, ogni volta mi sono rifugiata nei libri. Alcuni avevano teorie interessanti ma poco adattabili alla mia personalità, che non rifiuta il dolore e vorrebbe accettarlo tal quale e sorridere, sorridere davvero. Altri mi hanno impressionato per la capacità degli autori di andare oltre. Di superare le barriere della loro coscienza. Di entrare in quel mondo perfetto dove il leone sbrana la zebra e la zebra non odia per questo il leone; e il leone non odia se stesso perché ha sbranato la zebra. Quando ho scoperto che tutto questo esiste già, e lo stiamo vivendo ora, i miei occhi si sono spalancati. E’ possibile davvero trovare il giusto lì dove il giusto non c’è proprio? E’ possibile che nascano parole d’amore da chi l’amore non l’hai mai ricevuto? Etty Hillesum ci ha dimostrato che è possibile. Lei che è morta in un campo di concentramento. Lei che è vissuta durante la seconda guerra mondiale. Lei che ha sofferto derisioni, ingiurie, maltrattamenti. Lei che aveva soltanto 27 anni quando la uccisero. Proprio lei, con i suoi diari scritti in una calligrafia piccola piccola, ha creato parole giganti che mi hanno sommerso. Mi hanno lasciata sbalordita. La sua capacità di descrivere il bello, e trovarlo nei suoi aguzzini, è di una totale potenza da lasciarmi praticamente senza fiato, come queste parole:

Il sole illumina questa veranda e un vento lieve accarezza il gelsomino. Vedi dunque, un altro giorno è appena cominciato per me – quanti ne sono trascorsi da stamattina alle 7? Indugio ancora 10 minuti nell’osservare il gelsomino e poi, sulla bicicletta che non ci è stata requisita, vado dal mio amico, che è presente nella mia vita da 16 mesi e mi sembra di conoscere da 1000 anni – anche se a volte mi appare in una luce così nuova e meravigliosa da togliermi il respiro. Sì, il gelsomino. Come è possibile, mio Dio, se ne sta là stretto tra le mura dei vicini e il garage, e vede davanti a sè il tetto piatto, scuro e fangoso del garage. In mezzo a quel grigio, spento color di melma è così radioso, così incontaminato, così esuberante e così delicato come una giovane sposa temeraria che si sia persa nei bassifondi. Qualcosa di assolutamente incomprensibile. Del resto, non c’è alcuna necessità di capire. Si può benissimo credere nei Miracoli, in questo 20° secolo. Questo è un miracolo. E io credo in Dio, anche se tra poco in Polonia i pidocchi mi avranno divorata. Quel gelsomino, quel gelsomino mi fa restare senza parole. È da tempo che si trova là, ma comincia a farmi restare senza parole solo adesso.